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Il responsabile è lui | Italia Dall’Estero

22 Dic

[CartaCapital]

Nel momento in cui ha colpito il volto di Silvio Berlusconi, una miniatura della cattedrale di Milano, il Duomo, è diventato strumento e simbolo di una crisi inedita nella storia dell’Italia repubblicana, visto il ruolo ricoperto dal premier italiano, pericoloso istrione. Tuttavia non è stata una messinscena, considerato il risultato: due denti rotti, frattura del setto nasale e molto sangue.

Il gesto dell’attentatore, Massimo Tartaglia, 39 anni e un’ottima mira, non fa parte di un complotto, ma deriva dallo squilibrio mentale dell’individuo, da tempo sottoposto a trattamento pschiatrico. Nel frattempo migliaia di messaggi sono fioccati su internet per esprimere solidarietà o per ridicolizzare il premier. A Napoli, una statuetta di Berlusconi con il volto insanguinato, viene venduta nei vicoli della città con la speranza, probabilmente giustificata, che venga inserita nei presepi della tradizione napoletana.

Quello che ne segue mostra la gravità della situazione a prescindere dall’atto di un malato di mente. Affrontato come conseguenza della tensione regnante nel paese, l’episodio di Milano porta un’opposizione scarsamente reattiva e creativa ad accettare, in modo più o meno unanime, la necessità di moderare i toni. Ma a chi si deve, se non a Berlusconi e ai suoi accoliti, la mancanza di moderazione?

Pierluigi Bersani, leader del PD, il principale partito di opposizione, si è affrettato a fare visita al premier, nell’ospedale dove è ricoverato dalla notte di domenica 13, per manifestare la propria solidarietà. E’ stato tutto un pellegrinaggio di ospiti illustri, estremamente contriti. Non è nemmeno necessario, tuttavia, risalire al recente passato per tracciare la traiettoria del colpo di scena, molto meno sorprendente di quanto sono in genere i colpi di scena.

Nel momento in cui il Consiglio Superiore della Magistratura considerava inconstituzionale il progetto sul “processo breve” inviato dalla maggioranza al Parlamento, l’ennesimo tentativo di liberare il premier dalle interminabili pendenze giudiziarie, Berlusconi manifestava la propria ira davanti ad una imponente platea internazionale. Venerdí 11 dicembre, al congresso del Partito Popolare Europeo, erano presenti, tra gli altri, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente della UE Rompuy, e il segretario Barroso.

Davanti all’illustre platea, Berlusconi ha raccontato la seguente Italia. Si tratta del paese “nel quale la sovranità sta scivolando nelle mani dei giudici”. In cui la Corte Constituzionale è passata da organo di garanzia a soggetto politico a causa degli ultimi “tre presidenti della Repubblica di sinistra”. Ma nel frattempo ha rassicurato gli intervenuti, attoniti e perplessi: lui può contare sulla maggioranza degli italiani, i quali si chiedono dov’è che trovano un premier forte, duro “e con le palle” come lui. Reminescenze di Fernando Collor (ex presidente brasiliano dei primi anni Novanta, NdT).

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l’unico dei tre presidenti a cui si è riferito Berlusconi di autentica estrazione di sinistra, figura di spicco dell’ex-PCI, ha reagito per denunciare il “violento attacco alle istituzioni”. Ha reagito anche il presidente della Camera Gianfranco Fini, compagno di partito del premier, per condannare il discorso di Bonn, tanto più grave per essere stato pronunciato all’estero, e si è chiesto: “Cosa vuole, alla fine, il capo del governo?”

Sabato, Berlusconi ha confermato le affermazioni fatte a Bonn, e domenica ha tenuto in piazza del Duomo il comizio organizzato per trovare nuove adesioni al partito. Quando la miniatura di gesso e finiture in metallo del peso di circa 200 grammi è stata scagliata dall’infallibile mano di Tartaglia, Berlusconi era appena sceso dal palco, al termine di un discorso aggressivo come al solito, di palese impronta populista, diretto all’attacco della Magistratura e dei media.

All’immagine del volto insanguinato non manca di carica tragica, e nemmeno si deve fare un’analisi prudente della situazione italiana. C’è un clima pesante intorno all’uomo più ricco d’Italia che governa a dispetto dell’evidente conflitto di interessi e sempre a vantaggio dei propri affari.

Dopo il discorso di Bonn, durante la sessione della camera, il leader dell´UDC Pier Ferdinando Casini ha chiesto a voce alta se Berlusconi si considera re d’Italia. Il presidente della Camera Gianfranco Fini gli ha inviato un biglietto scritto al momento ed esposto con l’ovvia intenzione di mostrarlo agli obiettivi dei fotografi, nel quale si leggeva: Bravo! Sulla penisola si sarebbe abbattuta presto la miniatura del Duomo, alla quale è coseguita una specie di pentimento assolutamente non dovuto.

Dal tono generale delle dichiarazioni si sono discostati il leader dell’IDV ed ex-PM di Mani Pulite Antonio di Pietro e il presidente del PD, l’ex-ministro Rosy Bindi. Di Pietro ha affermato: “Non difendo la violenza, ma Berlusconi con i suoi comportamenti la istiga”. Mentre la Bindi ha chiesto di capire i veri significati di certe situazioni. Parole prontamente esecrate da destra e da sinistra.

Nel frattempo, i fedelissimi del premier abbaiavano in continuazione. Il capogruppo dei deputati del PDL Maurizio Cicchitto, martedì 15, ha sferrato un attacco feroce contro i “responsabili della campagna d’odio”, tra i quali ha indicato giornalisti e giornali come il quotidiano La Repubblica e il settimanale L’Espresso, senza dimenticare i soliti giudici.

Il migliore editoriale sull’argomento è del The Guardian: “La protesta di molti italiani non è contro il premier per quello che rappresenta, ma per quello che è. Si tratta di un individuo coinvolto in scandali sessuali (…) e che si trova sotto processo per frode, corruzione ed evasione fiscale. A causa di tutto ciò, Berlusconi si preoccupa di accusare giornalisti, giornali e magistrati che si ostinano ad esercitare la loro professione”.

Dopo il discorso di Cicchitto, anche Gianfranco Fini ha deciso di seguire la propria strada. Ha condannato apertamente il compagno di partito e ha avvertito Berlusconi a proposito dei suoi “falchi” – questa la parola usata dal presidente della Camera – così tanto visceralmente protesi a contraddire qualsiasi proposito di moderazione.

C’è chi intravede rischi simili a quelli che circa 40 anni fa fecero precipitare il paese nei cosiddetti anni di piombo. Resta da sapere cosa ne pensano il senatore Eduardo Suplicy, il giurista Dalmo Dallari, la scrittrice Fred Vargas. Ma le condizioni sono differenti. A cominciare dalla mancanza di un confronto tra Est e Ovest, tra due modelli che, come scrive Umberto Ambrosoli, avevano visioni opposte sull’uomo, sulla libertà e sul futuro.

“Allora – scrive Ambrosoli – troppa gente negò il confronto delle idee e preferì l’esercizio della violenza, e il risultato furono centinaia di morti”. E prosegue: “La violenza di oggi è grave, anche se banale nella sua genesi, ci vede tutti responsabili”. Quanto agli anni 70, ricorda che “il paese riemerse dalla violenza perché ritrovò nelle istituzioni la giusta sede per definire i problemi della società”. Una lezione buona non solamente per Silvio Berlusconi e per uma sinistra stordita, ma anche per i brasiliani disposti a vedere in Cesare Battisti un eroe.

La situazione di oggi è un’altra, ma non per questo meno preoccupante. L’Italia vive una fase particolarmente difficile, consegnata alla furia da caudillo di un primo ministro che governa per la propria causa, protetto da una branco ululante. Dall’altra parte si muove un’opposizione insicura e carente di proposte convincenti.

Il paese si è arricchito negli ultimi decenni, ma ciò non ha fatto bene al popolo e ha creato un nuovo genere di tensioni sociali, quelle generate dall’immigrazione di disperati. All’ombra della paura, si è scoperta la xenofobia. Nel frattempo l’uscita dalla crisi globale è ancora lontana, mentre il peso dell’Italia nella politica europea è minimo.

Berlusconi scommette sul suo innegabile talento mediatico e nel provincialismo di buona parte degli italiani, incantati dal successo del self-made man e incapaci di scorgere in lui l’istrione che è. Per ora è aiutato dal destino grazie alla miniatura del Duomo. Il rischio per lui è la sua ambizione smisurata e l’aggressività dei suoi seguaci. L’escalation di parole e denunce carica l’orizzonte di nubi.

All’alba di giovedì sono esplosi due petardi, uno all’Università Bocconi di Milano e l’altro a Gorizia, in Friuli. Non hanno provocato vittime, ma la polizia teme nuove esplosioni. La rivendicazione viene dalla Federazione Anarchica Informale. Nome dal tocco retrò e comico.

[Articolo originale “O responsável é ele ” di Mino Carta]

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Pubblicato da su 22 dicembre 2009 in 1

 

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